Cercando… racconti! – La casa sulla collina boscosa – Parte 2

Cari Cercatori di Parole,

ecco la seconda parte del mio racconto “La casa sulla collina boscosa”. ^_^ (Per leggere la prima parte, cliccate Qui)

la casa

“La casa della signora non era sulla strada come mi ero immaginata, ma per accedervi bisognava salire per una piccola via in terra battuta. Un tempo dovevano passarci le macchine dirette alla casa, poiché si intravedevano i solchi delle ruote, ma ora crescevano sterpaglie un po’ ovunque, specialmente al centro del viottolo. Ci inoltrammo. Inizialmente la casa era un’ombra più scura sul cielo nero, poi un fulmine la illuminò e riuscii a distinguerla. Era bella, massiccia. Una villa di fine ottocento forse. Ma avvicinandomi, altri fulmini mi permisero di scorgere la realtà. Ora era quasi dirupata. A pensarci, era simile alla signora che procedeva al mio fianco. Come lei in passato doveva essere stata elegante e avvenente, ma adesso, beh, adesso il tempo aveva fatto un lavoro impietoso. Comunque, restava in lei un’aria bonaria, un ché di rassicurante che era proprio necessario in quella strana sera.

Mi sorpresi quando la donna abbassò semplicemente la maniglia per entrare.

– Signora, scusi… ma non teme i ladri? –

– Oh, no… non ho niente da farmi rubare. –

– I ladri questo non possono saperlo. – replicai io.

L’anziana signora scosse le spalle in una piccola risata.

– Mi conoscono tutti in paese. –

Ma qui non eravamo in paese. Il paese era più avanti, molto più avanti… Questa era incoscienza… Non li vedeva i telegiornali?

– E poi c’è chi mi protegge. – continuò lei mentre entrava in casa.

La seguii un po’ perplessa, pensando si riferisse al marito o a qualche parente. Ma ora non dovevano essere in casa. Questa era avvolta nella completa oscurità.

Quando entrai, un odore di umido e muffa subito mi avvolse. La temperatura non era molto più calda di quella esterna, ma almeno saremmo state all’asciutto. O così speravo. Mancava soltanto che ci fossero crepe nel tetto.

Nel suo ambiente, la signora si mosse più sicura. Accese una luce ed io potei vedere meglio la piccola entrata e la scalinata che partiva innanzi a me. A sinistra e a destra vi erano delle stanze. A sinistra si intravedeva un salottino, a destra una cucina. Fu lì che l’anziana si diresse.

– Suo marito rientrerà a breve? – chiesi senza pensarci.

– Piccina, mio marito è morto dieci anni fa’. –

– Mi… mi spiace… – tentennai.

Che gaffe! Terribile.

– Scusi, credevo che… beh, siccome ha parlato di qualcuno che la proteggeva… –

Posai finalmente le borse della spesa sul tavolo.

– Non preoccuparti. – parlò l’anziana sedendosi su una sedia vicino a me – Vedi quell’uomo? – Mi indicò una fotografia ingiallita su un ripiano. Mi avvicinai. – E’ mio marito. –

Era un uomo imponente. Dello stampo di altri tempi. Occhi vividi, ma espressione seria, quasi corrucciata. Baffi folti. Aveva un braccio a circondare una figuretta più bassa. Una donna dal sorriso gentile… L’anziana che mi stava ospitando, senza dubbio!

– Bell’uomo. – dissi più per farle piacere, che per realtà dei fatti.

Ero impaziente di telefonare. La signora era adesso assorta nei suoi pensieri. Sembrava anche riprendere fiato. Dato che lei non parlava, cercai con lo sguardo il telefono. Lo vidi. Era in armonia con tutto là intorno. Era uno di quei vecchi apparecchi che avevo visto nelle foto dei miei genitori quando erano giovani. Un aggeggio preistorico. Un telefono a disco, quelli dove si mette il dito nel numero e poi si gira… Un oggetto da museo, ma se funzionava, valeva mille volte quel telefonino portatile col display a colori che tenevo senza vita in tasca. Ripensandoci odiai il suo tradimento.

La vecchia era ancora muta. Fissava il pavimento con occhio stanco. Sperai che non si fosse sentita male… che non gli fosse venuta addirittura una paresi!

– Signora – intervenni un po’ spaventata all’ultima idea balzatami in mente – il telefono? Posso? –

Lei si scosse. Per fortuna stava bene… e mi fece cenno di fare pure.

In quel momento non mi sentivo più tanto rassicurata da averla accanto. Non vedevo l’ora di chiamare i miei.

Un tuono scosse la casa talmente forte che sobbalzai. Sentii la vecchia fare altrettanto, mentre la luce pareva sobbalzare come noi ed infine spaventarsi fino a morire… Restammo al buio. A quel punto, non sapevo se urlare per la frustrazione o mettermi a ridere istericamente per l’assurdità di quella serata. Vinse in principio il gelo e la paura, poi sentii gemere l’anziana e stranamente tornai calma per me stessa e per lei. La cercai a tentoni, mentre la rassicuravo a parole. Inciampai non so quante volte prima di sentirla sotto le dita. Intanto le persiane chiuse della stanza venivano frustate dalla pioggia. Perfetto, pensai.

– Stia tranquilla, non è nulla… Signora, mi sente… – Alzai il tono di voce nell’ultima frase. La paresi… in quel momento proprio no!

I miei occhi intanto cominciavano ad abituarsi all’oscurità e quello che era sembrata una pesante coperta di velluto nero calatami addosso, divenne un insieme di varie ombre, alcune più scure altre di meno. E vi era una luminosità… Cercai la provenienza con lo sguardo, mentre la vecchia aveva piccoli singulti sotto le mie dita. Almeno era ancora viva! Capii che la fonte di luce proveniva da oltre le persiane.

– C’è luce fuori… forse – dissi in tono speranzoso, accarezzando la schiena della donna per cercare di consolarla – forse… viene dalla strada! –

Mi mossi in quella direzione. Altri lividi si aggiunsero a quelli di prima. Più di una volta rischiai di cadere. Aprii le finestre e le persiane, in un cigolio sinistro e beffardo che riempì la casa, incurante del vento che mi sferzò subito in faccia portando con sé gocce gelate. Alla fine sembrava stessi piangendo, ma, socchiudendo gli occhi mi resi conto che erano proprio le luci dei lampioni stradali. Erano in lontananza, nascosti in parte dalle fronde degli alberi scossi dalla tempesta, ma riuscivo ad intravederli e, soprattutto, la loro luce offriva a noi la possibilità almeno di poter scorgere i contorni di ciò che ci circondava. Ai miei piedi, intanto, s’era formata una piccola pozza d’acqua ed io mi accorsi di star tremando. Per fortuna non mi ero tolta ancora il giubbotto!

– Signora. – presi coraggio, mentre richiudevo i vetri, in modo che la fievole luce potesse continuare ad entrare ma non l’acqua – Non si agiti. Ora apro anche le altre due finestre, così ci vedremo meglio. –

Le mie parole furono più facili a pronunciarsi che a portarsi a compimento. Le altre imposte in legno furono più difficili ad aprirsi, segno che non erano state spalancate da un po’, e mi ritrovai a faticare. Alla fine, però, tremante e infreddolita, mi sentii assurdamente soddisfatta, anche se ero ancora impelagata in quella strana situazione.

La vecchia era rimasta seduta. Ne intravedevo, al riverbero dei lampioni di fuori, la sagoma incurvata.

– Le candele… – tentennò infine, indicando con un dito insicuro uno stipetto della cucina.

Il temporale intanto non accennava a calmarsi. Mi mossi verso lo stipetto e mentre cercavo le preziose candele, il mio occhio cadde su ciò che si vedeva dall’ultima finestra che avevo aperto. Non dava dalla parte della strada, ma su un’altra collina. Nel cielo crepato dai fulmini scorgevo stagliarsi in cima una casa. La donna, quindi, aveva dei vicini. Almeno non eravamo completamente sole in mezzo alla foresta, pensai. Forse la signora contava su quelle persone in caso di bisogno. Accantonai momentaneamente la cosa e mi dedicai ad accedere le candele trovate. Fui fortunata nello scovare anche i fiammiferi. Spostai le buste della spesa e posizionai una candela sul tavolo, vicino alla vecchia, un’altra sul bancone accanto alla porta. Passai le altre due rimaste alla signora che sembrò acquistare vivacità, proprio come le tremolanti fiammelle che diedero un po’ di calore alla stanza.

– Chiamo mio padre. – dissi – Quando verrà a prendermi, magari potrà fare qualcosa per la luce… Dato che in strada c’è non vorrei che il problema riguardasse solo la casa… –

– E’ possibile. – replicò la donna – L’impianto è vecchio… persino più di me! –

Accennò un sorriso, mentre accendeva le ultime due candele approfittando della fiamma che aveva davanti a sé. Bene, stava meglio, considerai. Almeno era passata la paura di prima. Cominciai subito ad armeggiare col telefono a disco. Mi sembrò impiegare una vita nel comporre il numero di casa. Era l’unico che ricordassi. Gli altri, i numeri di cellulare diretti erano rimasti sigillati nella memoria del traditore nella mia tasca. Il rassicurante “tuuuu” dello squillo era lontano e gracchiante, stridulo quasi. Un verso che mi sorprese e mi fece incrociare le dita che tutto funzionasse a dovere. Dopo poco una voce vagamente umana rispose.

– Pronto? – feci io – Sono Giada. –

– Tesoro, sei tu? – Era la voce di mia madre, credo, la sua o quella di un robot venuto dal futuro per confondermi, tanto era metallica e graffiante, solo a tratti umana. Seguì a dire qualcosa che decifrai a malapena. “Ti sento male” o giù di lì.

– Anche io non capisco bene ciò che dici. – replicai scandendo le parole e forse anche alzando il tono di voce.

– …Capisc… a … atti… – mi rispose lei. Riempii i vuoti dopo qualche momento. “Capisco a tratti”. Grazie, anch’io, le stavo per rispondere, ma un nuovo tuono si infranse sopra noi e temetti che anche la linea telefonica fissa volesse abbandonarmi. Che fosse colpa del temporale o dell’apparecchio preistorico, o delle linee squassate dal vento o dalla mia sfiga nera, a quel punto non mi importava. Volevo solo che mi venissero a prendere e al più presto.

– Mamma, – dissi sperando che lei mi sentisse e recepisse la mia voce – sono a casa di una brava signora – Rassicurarla era il primo dovere, dato quanto era apprensiva – però papà dovrebbe venire a prendermi. –

Dalla risposta robotica che seguì intuii che buona parte del mio messaggio aveva raggiunto destinazione. Mi sentivo tanto del tipo: “Base Luna, chiama Terra… mi ricevete? Passo.” Cercai di spiegare dove mi trovassi, a quale fermata l’autobus mi avesse lasciata e mi parve che, dopo tanto spiegare e ripetere, si giungesse a qualcosa.

– Dovrai aspettare un po’. – decifrai la risposta di mia madre. – La mia macchina è dal meccanico e papà è andato a prendere tuo fratello a scuola guida. Finirà fra mezz’ora. –

Ottimo! Avevo scelto il giorno perfetto per perdermi fra i colli! La situazione era abbastanza spettrale e inquietante ed ora ci mancava anche attendere ore. Guardai il mio orologio alla luce della candela. La scuola guida di mio fratello era in città e fra l’aspettare che finisse la lezione, il traffico cittadino ed il tragitto fino a lì, si sarebbe fatta notte. L’idea di restare in quella casa buia non mi piaceva, ma poteva anche andarmi peggio. Intanto la voce di mia madre o del suo facsimile mi richiamò dai miei pensieri.

– Chi ti ospita ha problemi a tenerti con sé? – domandò se compresi bene.

Mi voltai verso l’anziana e le dissi:

– Signora, mia madre chiede se non la disturbo se resto qui per un po’… Sa, mio padre ci metterà un’oretta – Speriamo sia così, implorai fra me e me – o giù di lì. –

– Puoi restare quanto vuoi, piccina. Mi fa piacere un po’ di compagnia. – rispose la padrona di casa.

Ok, c’era l’assenso della nonnina delle favole. Lo riportai a mia madre, la quale si mostrò rassicurata da tanta gentilezza e dal sapermi al sicuro. Non poteva certo immaginare, né io potevo dirle, che eravamo al buio, sole, in mezzo alla foresta, coi tipi libidinosi, capaci di sparire, alle porte e un temporale da film horror a completare la scena. Poi, l’altra casa sulla collina iniziava a non convincermi tanto. Avevo gettato verso di essa parecchie occhiate. Era buia, ma forse dipendeva dal fatto che poteva mancare la luce anche lì, oppure semplicemente era disabitata. La cosa certa era che non avevo nessuna voglia di camminare nel temporale per raggiungerla. Ormai non ne avevo motivo. Avrei aspettato con l’anziana signora che arrivasse mio padre. Chiusa la chiamata, mi sedetti di fronte alla donna. Tra noi il silenzio e mi sentii in imbarazzo. Feci per ringraziarla ancora per l’ospitalità, quando netti cigolii richiamarono la mia attenzione. Provenivano dal piano di sopra. Durarono qualche attimo e poi si esaurirono. Rimasi immobile fissando la signora che non poteva non aver sentito quei rumori vicini, forti a tal punto da oltrepassare il ruggito potente del temporale. Ma la vecchia era impassibile. Fissava la fiamma della candela. Mi alzai dalla sedia e camminai verso l’entrata. La porta che dava sull’esterno era chiusa, anche se non a chiave. Fissai ostile le scale che portavano di sopra. Avevo creduto fossimo sole.

– Credevo non ci fosse nessuno in casa oltre noi. – dissi.

– Sì. – fece la donna.

Che intendeva? “Sì, non c’è nessuno” o “Sì, c’è qualcun altro”? Sibillina. Mi stavo esasperando.

D’un tratto la signora si alzò sorprendendomi. Era pallida e malferma sulle gambe.

– Potrebbe essere saltato il contatore. – parlò sembrando di nuovo in sé.

– Possibile. – tentennai io. – Dove… dove si trova. –

– Vieni. –

La seguii nel salottino portando con me una candela. Sperai che mi stesse conducendo al contatore, almeno avrei tentato di riportare la luce in quell’inquietante casa. Passando davanti alle scale, gettai una lunga occhiata al piano superiore, ma di esso non si vedeva proprio nulla. La mia attenzione ritornò al salotto. L’arredamento era vecchio, decisamente. Un odore di muffa riempì le mie narici. Notai la credenza di vetro, alcune poltrone sbiadite, un tavolino basso, un po’ consunto, ed il divano, combinato come un letto. La vecchietta si avvicinò alla finestra di fronte armeggiando prima coi vetri e poi con le imposte. Queste cigolarono, ma infine si aprirono mostrando alberi e arbusti sferzati dalla tempesta.

– Il contatore è là. – indicò di traverso un capanno che si intravedeva.

Mi avvicinai. Era una casupola attaccata all’edificio principale, poco fuori quella finestra. Ma bisognava uscire e fare il giro di parte della casa per raggiungerlo. Scoccai un’occhiata al cielo. Pioveva ancora. Guardai la signora e la vidi sempre più pallida. O no! Pensai fra me. L’idea della paresi ritornava e… aggravata!

– Sta male? – le chiesi preoccupata, appoggiando la candela sul davanzale della finestra.

La signora non rispose, ma sembrò avere un mancamento. La sostenni, più spaventata di lei e la guidai al divano.

– Vuole che l’accompagni di sopra? Che chiami qualcuno? –

– No, no… non preoccuparti. – fece lei sdraiandosi. – Troppe emozioni oggi. Tutto qui. –

Le misi un cuscino sotto la testa, pensando al telefono ed alla possibilità di chiamare un’ambulanza. Con la linea disturbata, sarebbe stato come impegnarsi coi segnali di fumo, ma potevo riuscirci…

– Dormo qui ormai. – continuò la donna – Sai, l’età… le mie gambe non mi consentono di salire e scendere le scale. –

– Aspetti. – le dissi colta da ispirazione.

Corsi in cucina e cercai un bicchiere. Lo riempii d’acqua e glielo portai. La signora si rialzò quel tanto per bere e lo fece avidamente.

– Passami quelle pillole. – chiese ed io fui lesta ad adocchiare una boccetta sul tavolino basso fra altre cianfrusaglie a cui non diedi una seconda occhiata.

Presa una pillola, parve subito riacquistare colore ed io ricominciai a respirare liberamente. Tornai in cucina per prendere le candele e cercai di distribuirle meglio tra i due ambienti. Con la nuova luce la stanza non ne giovò, anzi, parve persino più vecchia e malandata. La signora ora mi guardava con occhi vividi. Era scampato il pericolo di ritrovarmi sola con un cadavere. Sospirai di sollievo.

– Oh, ti ho fatto prendere uno spavento… mi spiace. – fece la donna.

Alzai le spalle.

– Non è sua la colpa… Tutta questa serata è un po’ strana. – cercai di sorridere.

– Appena tornerà la luce, tutto andrà meglio. – tentò di rassicurarmi.

 Riportai la mia attenzione alla finestra da cui si intravedeva il capanno. Ma perché, perché il contatore non poteva essere in casa come in tutte le abitazioni normali? Il vento squassava gli alberi, la pioggia sferzava ed il temporale rimbrottava sulle nostre teste. Un cigolio di porta dall’alto mi sorprese. Riprendevano i rumori al piano di sopra. Forse il vento aveva aperto qualche finestra, pensai e si creava corrente… Il comportamento della signora, il fatto che nessuno fosse accorso quando stava male, mi faceva intendere che fossimo sole. Eppure…

– … ti guardo dalla finestra. – diceva intanto la padrona di casa.

La prima parte della sua affermazione mi era sfuggita, tanto ero concentrata a separare i rumori del temporale con quelli più vicini del piano di sopra.

– Sì. – risposi meccanicamente, poi capì di aver dato il mio assenso per farmi una bella passeggiata nella tempesta.”

(CONTINUA QUI)