CERCANDO… RACCONTI! – LA CASA SULLA COLLINA BOSCOSA – PARTE 3

Bentrovati Cercatori,

spero abbiate avuto la costanza e la voglia di seguire questi ultimi appuntamenti della nostra rubrica. Mi auguro che il mio racconto “La Casa sulla Collina Boscosa” abbia saputo intrigarvi.  Naturalmente averlo dovuto dividere in diverse puntate, ha agevolato la lettura, ma forse ha spezzato un po’ la narrazione… Ora però siamo al dunque… Ecco la nuova puntata, la penultima! 😉

Ma se avete perso i precedenti episodi, cliccate qui: PARTE 1 PARTE 2

coll2

“Mi ritrovai ad oltrepassare l’uscio dell’edificio con un senso di libertà e contentezza che non credevo di provare. L’oscura casa mi aveva oppresso, ma forse dipendeva solo dalla situazione creatasi. Stringendomi nel giubbotto e nel cappuccio rasentai l’abitazione, cercando di approfittare dei cornicioni per non bagnarmi. Inutile. La pioggia seguiva i capricci del vento. Ero in balia di raffiche d’acqua ghiacciata. Avevo una piccola torcia elettrica con me che la signora aveva avuto la cura di darmi, peccato fosse quasi scarica e per questo avanzavo solo grazie al riverbero dei lampioni stradali. C’erano molte ombre intorno a me. Arrivai all’angolo della villa e mi soffermai. Adesso vedevo il capanno e i vetri della casa oltre cui la vecchia mi salutò. Risposi velocemente e scoccai un’occhiata alle finestre del piano superiore. Quasi mi aspettavo di vedere qualcuno anche lì, uno di quei volti malefici da casa infestata, ma le finestre erano buie, alcune persino sprangate. Lo immaginai quel volto, rosso e ghignante. Nel mio sogno ad occhi aperti, vidi il sorriso di sangue dell’essere che faceva lo stesso cenno di saluto della vecchia e… immaginai di scappare via urlando fino alla strada senza voltarmi indietro. Sorrisi di me stessa tornando alla realtà. Come eroina di film horror sarei stata pessima. Un fulmine si ramificò nella porzione di cielo che si intravedeva sopra il capanno e subito dopo un tuono scoppiò intorno a me, ricordandomi che dovevo concludere in fretta col contatore. Presi coraggio e camminai decisa verso il casotto. Davanti alla finestra da cui mi guardava la signora mi soffermai. Ella mi urlò da oltre i vetri di fare attenzione. Alzai il pollice in segno affermativo e proseguii a camminare. C’erano parti di me che non si erano ancora inzuppate. Si doveva rimediare, ironizzai fra me. Il casotto però era vicino. Mi accorsi che la porta era socchiusa. Il vento la faceva leggermente muovere. Mi avvicinai dando un colpo deciso all’uscio, guardando l’interno scuro con non poca apprensione. La porta cigolò sui suoi cardini, perdendosi nell’oscurità. Ero riluttante ad entrare malgrado la pioggia mi sferzasse. Mi guardai alle spalle, alla vecchia signora, ma la intravidi appena, e poi mi decisi. Usai la flebile luce residua della torcia per rendermi conto che era una sorta di sgabuzzino, di rimessa, di accatastamento di oggetti di secoli che creavano muri e dedali in cui perdersi. Non doveva essere molto grande quel casotto, ma per me era una sorta di labirinto minaccioso, speravo senza Minotauro, ironizzai fra me… Per fortuna il contatore non era molto lontano dalla porta. Spiccava sul muro di destra, quello adiacente alla casa, più nuovo di tutto il resto. Sospirai di sollievo e mi dissi che, almeno questa, era quasi fatta. Avanzai sicura. Raggiunsi il contatore e mi accorsi che si era disinserito. Probabilmente era scattato per il temporale, ma mi sorpresi poiché era un modello simile a quello di casa mia e lì non era solito disinserirsi ad ogni fulmine. Beh, non mi ci soffermai molto a pensare. Non ero mica un’elettricista, sapevo solo ciò che mio padre mi aveva spiegato per i casi di emergenza. Cominciai ad armeggiare col contatore e sperai di fare bene. Un tuono scoppiò al di là del tetto ed io sussultai, ma fu il rumore che seguì nel casotto a farmi gelare. Restai con le orecchie tese, ma il rumore non si ripeté. Però avevo paura. Volevo fare presto. Malgrado le levette fossero dure, con la piccola torcia fra i denti, mi affrettai a concludere il lavoro. Poi sentii fruscii fra le cataste e mi volsi di scatto. Diressi la mia luce verso il luogo incriminato, ma nulla si mosse. Le ombre degli oggetti, sedie, vecchi comodini, strani pezzi di legni e altre cose irriconoscibili, si accavallavano l’una sull’altra e la mia torcia quasi scarica non era in grado di spazzare via quell’oscurità. Mi stavo sbagliando, mi dissi per rincuorarmi. Mi stavo facendo prendere dalla paura. Chi poteva mai esserci lì con me? No, era stato solo un topo. Richiusi il pannello del contatore e… qualcosa si abbatté su di me prendendomi il braccio. Urlai, credo… e corsi al muro ad occhi sgranati, col cuore che mi batteva all’impazzata, un suono che riempiva le mie orecchie superando persino il rombo del temporale. Ero terrorizzata e avevo perso la torcia, ma davanti a me non c’era nessuno oltre un paio di occhi verdi che mi guardavano dal basso. Il gatto uscì dall’oscurità, portandosi nel raggio flebile di luce che proveniva dall’esterno.

– Maledetto micio. – imprecai fra me con un mezzo sorriso tirato.

Il suo pelo fulvo era tutto bagnato e arruffato. Era una pallottola di pelo dai grandi occhi verdi, impaurito dal temporale come io ero stata impaurita dal suo improvviso comparire. Mi avvicinai a lui e lo presi in braccio. Il gatto fu contento di sentire il mio calore e cominciò a far le fusa mentre lo accarezzavo. Mi sentivo solidale con lui. Entrambi avevamo cercato riparo dal temporale, entrambi avevamo passato brutti momenti di paura, entrambi eravamo lontani da casa. Lo sistemai dentro il giubbotto ed uscii ad affrontare di nuovo la tempesta. Speravo che la signora non avesse problemi con quel nuovo ospite. Passai davanti alla finestra del salotto e mi sorpresi che la signora non avesse acceso ancora le luci. Non la vidi dietro i vetri, ma il vento e la pioggia incalzavano, mentre il gatto cominciava ad agitarsi, così mi affrettai anch’io. Ripercorsi il tragitto verso la porta della casa e cercai riparo all’interno. L’odore di stantio e muffa era lievemente inferiore a quello presente nel capanno e la temperatura più calda solo di qualche grado rispetto all’esterno, ma almeno non ero più sotto il temporale. Fui grata di questo. Il mio nuovo compagno pretendeva di uscire dall’improvvisato riparo, così lo poggiai a terra. Il gatto rimase accanto a me, stranamente guardingo. Osservai il gatto e poi intorno a me. Mi resi conto che la casa era ancora avvolta nell’oscurità.

– Signora, – dissi verso l’altra stanza – ho reinserito il contatore. La luce dovrebbe essere tornata. –

Silenzio. L’oscurità era fitta, quasi più dell’esterno. Almeno dalla cucina avrebbe dovuto venire della luce, dato che, al momento dello scatto del contatore, quell’interruttore era aperto. Ma ora no… Chiamai ancora la signora e di nuovo silenzio… Non osavo muovermi. Bagliori improvvisi, il riverbero dei lampi del temporale che entravano dalle imposte aperte delle stanze adiacenti, gettavano ombre lunghe e sinistre nell’entrata dove ancora mi trovavo, da cui partivano anche le strette scale per il piano superiore. Ogni cosa sotto quell’intermittente e irregolare luminosità, sembrava celare un pericolo sovrannaturale, ma la verità era che in quella situazione c’era davvero qualcosa di strano. Sentivo un senso di disagio, come se dentro di me si fosse accesa una spia rossa di allarme. Qualcosa non quadrava. Accesi ancora la torcia, cercando l’interruttore dell’entrata. Forse la signora si era sentita di nuovo male, forse aveva chiuso lei senza rendersene conto la luce della cucina… Forse… Mi mossi come se le mie gambe fossero state due colonne di granito, mentre il gatto non abbandonava il mio fianco, quasi cercasse da me conforto. Ci misi poco ad individuare il pulsante che mi avrebbe concesso di mettere letteralmente luce su quella faccenda, ma nello stesso istante in cui lo raggiunsi, qualcosa mi si avventò contro e stavolta, fui sicura, non era un gatto. Era un uomo, una figura umana che mi gettò in terra, sovrastandomi, tenendomi forte i polsi. Urlai, mi divincolai, cercai la fuga, senza vedere in faccia il mio nemico. Il terrore si era impadronito di me. Non riuscivo a pensare. Fu il gatto a salvarmi. Cadendo lo calpestai e la bestiola si difese gettandosi, nel buio, nel luogo dove ero stata prima io, ma che ora era occupato dal mio assalitore. Lo intravidi saltare sulla gamba dell’uomo e un attimo dopo la presa di questi si allentò quel tanto per permettermi di sfuggirgli, mentre egli urlava più di rabbia e sorpresa che per dolore. Avrei voluto raggiungere l’esterno, ma la figura minacciosa me lo impediva, così imboccai le scale del piano superiore. Non fu una scelta ponderata, ma solo un modo per scappare, dettato dall’urgenza del momento. Mi resi conto subito che al secondo piano non avrei potuto far altro che nascondermi. Non potevo certo calarmi da una finestra! Arrivai al pianerottolo scoccando un’occhiata alle mie spalle. L’uomo si era già ripreso. Avevo sentito un miagolio isterico e mi convinsi che il gatto aveva dovuto ricevere un calcio. Immaginai che di lì a poco il mio assalitore sarebbe tornato a cercarmi. Senza perdere tempo, mi guardai intorno. Da alcune delle stanze proveniva la luce dell’esterno, dalla strada e dai lampi che scoppiavano e borbottavano sopra la casa, mentre altre camere erano scure, come pozzi neri. Era una cosa che avevo notato anche all’esterno della casa: alcune finestre erano sprangate, altre no. Decisi che il buio sarebbe stato un ottimo alleato nel mio tentativo di nascondermi. Mi infilai in una buia camera, fra quello che mi parve un cassettone e una bassa poltrona. Ero vicino alla porta socchiusa, così da vedere parte del corridoio rischiarato dal riverbero delle altre stanze dalle imposte aperte. Tremavo. Sentivo ancora la forte presa dell’uomo intorno ai polsi e mi riusciva difficile mantenere calmo il respiro. Temetti che potessi tradirmi, che lui potesse sentirmi, poiché sembrava facessi più rumore io del temporale di per sé… e mi trovai immersa in uno strano attimo in cui tutto mi parve irreale, impossibile, qualcosa da guardare in tv, in un thriller, in un horror, non da vivere. Poi tornò la paura, il panico quasi, mentre mi ripetevo che era assurdo, che non avrei dovuto trovarmi lì, in quella casa fra i colli, sola con un gatto, con una vecchia che chissà che fine aveva fatto e un maniaco che chissà che voleva da me … Il silenzio intanto si era rimpadronito della casa. Solo il temporale dava un senso allo scorrere del tempo. La luce dei lampi rischiarava in alcuni attimi a giorno il corridoio vuoto. Oscurità e luce si alternavano. Fu così che la figura dell’uomo sembrò comparire all’improvviso. Per poco non sussultai, svelandomi. Non lo vedevo in faccia, non sapevo chi fosse, ma adesso scorgevo che era robusto, corpulento quasi. Non aveva fretta. Sembrava sicuro e padrone di sé. Cominciò a muoversi per il corridoio lentamente tenendo l’orecchio teso ad ogni rumore al di là del temporale. Teneva qualcosa in mano adesso e nel luccichio che provocava ad ogni movimento, intuii che era un coltello. Il bastardo aveva fatto una tappa in cucina, ecco perché aveva tardato. Era una cosa a cui avrei dovuto pensare io. Mi sentii definitivamente perduta. L’uomo però si stava allontanando dalla camera in cui ero nascosta. Stava prediligendo le stanze dalle imposte aperte. Forse credeva che io mi sarei fiondata alla prima finestra aperta per cercare aiuto… sì, a chi? Agli alberi? Ai lampioni? Era il posto perfetto per un’aggressione quello: isolato e incustodito. La vecchia signora non era solita neanche chiudere a chiave la porta di casa. Si sentiva protetta, già, come no! Fissazioni senili! Smisi di arrabbiarmi con l’imprudenza della vecchia, dato che non avrebbe portato a niente, e mi imposi di restare lucida. Ebbi anche un moto di compassione per la donna. Chissà come stava… Poteva essere morta. Ma quell’uomo che voleva in casa sua? Rubare? Allora perché aggredirmi, prendere il coltello e perdere tempo a cercarmi? Non lo avevo visto in faccia con tutto quel buio. Spolverai tutto ciò che sapevo del crimine dai telefilm e serie varie. Cercavo di immedesimarmi in quelle detective toste capaci di far una battuta anche con un foro di proiettile nella spalla. Ma non me ne sentii capace. Ero nella vita vera. Una normale ragazza nei guai che rischiava terrorizzata la pelle. Niente kung fu, niente pistole, niente eroe che viene a salvarti… ero sola col delinquente. Tutta la sera avevo scherzato fra me e me di una simile possibilità da horror ed ora mi ci trovavo immersa. Pensai a mia madre, a mio padre, persino a mio fratello, al fatto di non rivederli più, a come sarebbero stati se mi fosse successo qualcosa e rischiai di scoppiare in lacrime. Non potevo permetterlo se volevo sopravvivere, ma senza accorgermene mi addossai al mobile, facendo cadere qualcosa che era sul cassettone. L’uomo subito si drizzò e si mosse verso la camera in cui ero. Mi raggomitolai su me stessa, imponendomi il più assoluto silenzio. Un nuovo tuonò scosse la casa ed un rumore di vetri infranti echeggiò nel silenzio. L’uomo si voltò alle sue spalle irrompendo in una camera vicina. Non so cosa era accaduto in quella stanza, forse un ramo aveva rotto un vetro, forse un topo aveva fatto cedere un oggetto, fatto sta che per me fu provvidenziale. Sgusciai fuori dal mio nascondiglio e imboccai le scale per scendere, prima che lui se ne accorgesse. Vidi la porta di uscita e mi sentii felice, ad un passo dalla salvezza. Poi però udii piangere la vecchia… In un attimo, mi trovai davanti ad una scelta, una decisione estrema, che in un modo o nell’altro avrebbe cambiato tutto. Aprii la porta di uscita cercando di non pensare alla signora che poteva essere ferita, al fatto di lasciarla lì, cercando di non pensare a niente… Ero quasi fuori. Potevo correre, scappare, potevo raggiungere la casa vicina o la strada e sperare in una macchina, ma… rimasi ferma sull’uscio con la pioggia che mi sferzava in viso, quasi volesse riportarmi dentro. Sentii i passi decisi dell’uomo al piano superiore e l’istante dopo, non so come, mi ritrovai nel salottino. La vecchia era seduta per terra, vicino alla porta. Si reggeva il viso con le mani. Era spaventata, in lacrime, ma non mi sembrò ferita. La toccai e lei pianse più forte.

– Signora – bisbigliai con voce tremante, gettando occhiate preoccupate alle scale – sono io. Si ricorda? – La signora mi guardò nella poca luce. Mi fece un cenno affermativo, mentre io mi rendevo conto che l’uomo proseguiva a cercarmi al piano superiore. Bene, pensai, avevamo ancora qualche minuto. – Dobbiamo andarcene. –

La aiutai ad alzarsi, ma lei faceva resistenza.

– Signora, dobbiamo uscire… quell’uomo ha preso un coltello. –

Non capivo perché non si muovesse, non desiderasse fuggire. Era terrorizzata, forse sotto shock, era l’unica spiegazione. A meno che l’uomo di sopra non fosse un suo conoscente o un parente magari… Mi vennero i brividi a quell’ipotesi.

– Lui… Lui ci proteggerà da quell’uomo. – disse determinata.

L’aggressore non era una sua conoscenza, se non altro questo, ma la signora forse era pazza. Ancora quella storia della strana protezione. Ero impaurita ed esasperata.

– Ma quale lui! – sbottai cercando di mantenere bassa la voce – Dobbiamo andarcene adesso. –

Il nostro assalitore non ci avrebbe messo molto a perlustrare il piano di sopra e, comunque, presto o tardi il nostro parlottare così vicino all’entrata infine lo avrebbe richiamato lì. Il tempo era prezioso. Dovevamo approfittare e non volevo pentirmi di essermi fermata ad aiutare la vecchia signora. Il temporale non accennava a calmarsi, ed era ormai la colonna sonora di quella serata da incubo. Non ci facevo quasi più caso. La mia attenzione, i miei nervi come le mie orecchie erano tesi ad ascoltare i rumori del piano superiore che, ora mi rendevo conto, erano molto più netti e decisi di prima che uscissi a controllare il contatore. Prima doveva essere stato il vento o i rumori tipici di una vecchia casa sferzata dal temporale… Improvvisamente mi domandai se la luce fosse scattata da sola, se quell’uomo non avesse improvvisato quell’espediente per vedere se eravamo sole in casa… Beh, di sicuro ora lo sapeva ed era intenzionato ad approfittarne! Tremavo quasi, ma la signora pareva irremovibile nella sua fissazione senile di restare.

– Almeno si nasconda. – le dissi, sperando che potesse valere qualcosa, ma dubitandone.

Ed io? Che dovevo fare io?”

(CONTINUA QUI)