CERCANDO… RACCONTI! – LA CASA SULLA COLLINA BOSCOSA – PARTE 4

Bentornati Cercatori,

siamo infine giunti all’ultima puntata del racconto “La casa sulla collina boscosa” ^_^ Dalla prossima settimana, tornerò a parlarvi delle classifiche Amazon, ma spero che questo “intramezzo” abbia saputo catturarvi. Intanto, vi ricordo le precedenti puntate… Parte 1Parte 2Parte 3

Buona Lettura! 😉

coll3

“Pensai al telefono della casa e mi avviai cautamente in cucina, scoccando occhiate nervose alle scale e le sue ombre. Mi infilai dentro e cercai a tentoni il telefono. Mi ricordavo dove fosse per la telefonata che avevo fatto a mia madre… Quanto era passato da allora? Anni? Mesi? Sembrava un tempo inquantificabile e invece era stato quella sera stessa. Sentii rumore di oggetti infranti e grugniti di rabbia. L’aggressore al piano di sopra si stava spazientendo. Trovai il vecchio apparecchio quasi subito, anche grazie alla luminosità proveniente dall’esterno e cominciai a girare il disco nel tentativo di comporre il numero d’emergenza. Sembrava che gli scatti del disco riempissero la casa sovrastando persino i tuoni ed il mio respiro accelerava ad ogni attimo. Per fortuna il numero era breve. La voce che rispose dall’altra parte era metallica e poco comprensibile, ed io imprecai fra me ripensando a quanto era stata dura capire e farsi capire da mia madre… ed allora avevo avuto tempo…ora non potevo fermarmi a pensarci, speravo solo che dall’altra parte capissero, intuissero almeno qualcosa.

– Aiutateci. – bisbigliai – Aiutateci, per favore. C’è un uomo armato in casa. Siamo… –

Qual era l’indirizzo? Non lo ricordavo più. Rimasi muta qualche istante, il tempo utile per rendermi conto che i suoni al piano superiore si acquietavano e con essi anche il temporale si zittiva, quasi lo facesse apposta. Un attimo dopo l’uomo era sceso nell’entrata. Caracollò in cucina senza accendere le luci, ora disponibili. Forse non voleva attirare l’attenzione di possibili macchine di passaggio sulla strada o forse voleva il vantaggio dell’oscurità, comunque questo fu a mio favore. Mi ero rifugiata sotto il tavolo, portando con me il telefono, il cui filo, per fortuna, era abbastanza lungo da non attirare l’attenzione adagiandosi perfettamente al suolo. Tenevo la conversazione aperta, sperando nei soccorsi e stringevo fra le mani la cornetta rivolta contro il petto. Avevo paura che potesse giungere all’uomo il gracchiare della voce metallica dall’altra parte. Col respiro spezzato, osservai le gambe dello sconosciuto farsi avanti, introdursi dentro con cautela. Immaginai che di lì a poco avrebbe guardato sotto il tavolo, ma non lo fece, non subito. Stava esplorando il resto della stanza, mentre il mio cuore accelerava fin quasi ad esplodere ed il panico minacciava di risucchiarmi. Resistevo immobile con fatica. Passò una volta sopra il filo del telefono senza accorgersene compiendo un giro della stanza e, quando ritornò sui suoi passi, mi venne un’idea. Tirai il filo di scatto, proprio davanti a lui, e se ciò non lo fece cadere, almeno lo sbilanciò quel tanto per consentirmi di uscire dal mio nascondiglio e dargli un colpo in testa con il grosso apparecchio telefonico. Alle prime imprecazioni dell’uomo per l’improvviso squilibrio, si aggiunsero il trillare di una campanella stonata e un tonfo quando il telefono colpì il bersaglio, più un’esclamazione di dolore e il tintinnare di un oggetto che cadeva, forse il coltello. Non mi fermai a guardare. Cercai di fiondarmi fuori della cucina e poi via da quella casa, ma le mie intenzioni di libertà vennero gelate dalla mano che mi agguantò saldamente la caviglia. L’uomo, ora carponi, non era disposto a lasciarmi andare. Mi girai e nella poca luce ne intravidi il volto, il ghigno feroce, e capii… Era lì per me. Ero l’obbiettivo, la preda. Ne ero consapevole come la gazzella di fronte al leone. Poi mi parve un paragone troppo nobile e pensai che non esisteva animale che non si offendesse nel confronto con quell’essere e con ciò che voleva farmi. Ero spacciata. Non era disposto a vedermi fuggire. Fu lesto a tirarmi a terra, ad afferrarmi ai fianchi, anche se io mi dibattevo e lo tempestavo di colpi alla faccia e alla testa urlando. Un urlo il mio che pareva avere un’eco o un prolungamento.

– E sta’ ferma! – ringhiò lo sconosciuto con voce roca e rabbiosa.

Mi diede un ceffone, mentre mi sovrastava, ed io mi ritrovai confusa con la vista annebbiata, ma pareva che continuassi ad urlare, benché la voce non fosse mia. Mi resi conto, riprendendo a lottare con maggiore foga, che la vecchia signora era sulla porta e che era lei il prolungamento del mio urlo, dei miei lamenti, delle mie implorazioni. Ma l’assalitore pareva non fare caso alla donna. Cercava di tenermi ferma e al contempo le sue mani avide puntavano a spogliarmi. L’anziana si gettò su di lui, tempestandolo di colpi alle spalle e alla testa, ma l’uomo l’allontanò bruscamente come fosse fatta di pezza. Il suo intervento però mi concesse la possibilità di frapporre le mie ginocchia fra me e lui. E mentre puntellavo le gambe contro il corpo che odorava di birra e sudore del mio assalitore dai vestiti bagnati di pioggia, nel tentativo di tenerlo lontano da me, ogni angolo della mia mente si ribellava e inorridiva. Il terrore si mischiava all’intorpidimento dei miei arti. L’uomo era più forte di me e presto mi avrebbe sopraffatta. Ma non poteva accadere, non doveva. Mi ritrovai lo sguardo velato di lacrime che copiose mi rigavano il viso e tutto intorno a me parve tremare. Sembrava che il mio mondo stesse per crollare. Poi l’uomo inaspettatamente allentò la presa ed io riuscii a scivolare via da lui fino alla porta, dalla signora che mi abbracciò protettiva. E mi resi conto che non era stato il mio mondo a tremare, ma il mondo di tutti… o meglio, quella parte di mondo. Le credenze, il tavolo, le stoviglie, tutto tremava, tintinnando, sbuffando, crepitando. Le ante sbattevano, i vetri vibravano. Tutta la cucina era in fermento. Le buste della spesa si rovesciarono spargendo ovunque il loro contenuto. Anche il frigorifero si aprì, inondando di uno spicchio spettrale di luce la stanza e l’uomo. Il temporale rimbrottava soltanto, mentre vari oggetti ricadevano sul maniaco rimasto carponi, sorpreso e irritato per essere stato interrotto. Quel terremoto era provvidenziale, ma mentre io e la signora restavamo sotto l’arco della porta, gettai uno sguardo verso l’entrata ed il salotto attiguo. Mi parve che lì nulla si muovesse, che una calma immota avesse avvolto quelle camere, come se, oltre la cucina, ci fosse una campana di vetro che proteggesse ogni cosa. No, mi dissi, mi stavo sbagliando, non era possibile. Ero ancora sotto shock. Il terremoto non poteva interessare solo una parte della casa!  A livello razionale sapevo che quello era il momento opportuno per scappare, ma le mie gambe si rifiutavano di muoversi. Restavo aggrappata alla vecchia che ora era estremamente calma. Illogico anche questo. Mi voltai verso l’aggressore. Si era alzato, si era spostato, ma restava il bersaglio di oggetti che cadevano. Guardò verso di noi e rividi l’espressione feroce, lo sguardo bramoso. In quello strano terremoto senza apparente fine, lo vidi avanzare verso di noi deciso… E qualcosa gli arrivò violentemente in testa, mentre una sedia gli cadeva davanti all’improvviso, quasi si fosse materializzata dal nulla, facendolo cadere. Le imposte iniziarono a sbattere prima lentamente, poi sempre con maggior frequenza. La luce del frigorifero iniziò a lampeggiare ed io affondai il viso nei vestiti della signora, unica presenza ferma… Il profumo di lavanda mi entrò fin dentro l’animo. Non volevo più guardare, non volevo sapere cosa stesse accadendo. Terrorizzata, rimasi nella mia oscurità al sapore di lavanda, mentre percepivo le grida di colui che era stato il mio aggressore insieme ad altri suoni che non capii. Avvertivo la paura, lo sbigottimento e infine il terrore dello sconosciuto, mentre pareva che qualche vento gelido fosse entrato nella stanza. Forse si era rotto un vetro, ma non osai guardare. Passò un tempo indefinito, poi l’estremo silenzio. La signora mi scostò gentilmente da sé e mi guardò sorridendo. Era pallida, ma tranquilla.

– Tutto finito, piccina. – disse solo.

Incredula, sconvolta, guardai in cucina. Ogni cosa sembrava normale. Tutto immoto. La signora accese la luce ed io sussultai. Il temporale era passato, infine. Dai vetri intatti intuivo che non pioveva più. Tutto era calmo, al suo posto, come se non ci fosse stato alcun terremoto e… Non c’era più nessuno.

– Dove… dov’è finito? – chiesi tentennando.

Non potevo essermi immaginata tutto. L’aggressione nell’entrata, la corsa per nascondersi al piano superiore, i tentativi di far fuggire la signora reticente, la mia telefonata e la colluttazione in cucina in cui stavo rischiando di soccombere… No, non potevo essermi immaginata tutto, ma ripensando al terremoto circoscritto, al vento gelido, agli strani rumori a cui non sapevo dare un senso, non ne fui più sicura. Poi notai il telefono antico a terra, ed il coltello sfuggito dalle mani dell’aggressore. Era successo, mi dissi, almeno fino a quando non lo avevo colpito…

 – Ora è tutto a posto. – fece ancora la signora, accomodandosi al suo tavolo e invitandomi a fare altrettanto.

Le buste della spesa era lì dove le avevo lasciate, intatte. Meccanicamente accettai il suo invito, sedendomi ad una sedia e domandandomi se non fosse la stessa che avevo visto fiondarsi fra le gambe del mio aggressore.

Rimanemmo in silenzio per un tempo senza tempo, mentre io cercavo di riallacciare i pensieri sconvolti su eventi che non comprendevo. Per un po’ tutto perse coerenza, poi sentii dei rumori, delle voci. Tutto si mosse intorno a me in un vorticare di immagini, parole rassicuranti e luci ad intermittenza. I soccorsi, capii soltanto. Sentii la vecchia signora raccontare quella tremenda serata, dalla luce che andava via all’aggressione in cucina, con i nostri tentativi di difesa. Non fece accenno però al terremoto o al fatto che l’uomo era semplicemente scomparso dalla cucina. Io confermai ogni cosa. Una poliziotta donna mi si avvicinò e mi chiese se stavo bene. Le dissi che era solo spaventata, ma tutto ancora vorticava nella mia testa. Mi ritrovai in me soltanto quando vidi mio padre. Mi abbracciò ed io piansi a dirotto. Mi accompagnò verso l’auto ed osservai mio fratello mettersi sulle punte per vedere meglio oltre il capannello di macchine della polizia che occupavano il viale della casa.

– Lo hanno trovato! – fece mio fratello con rabbiosa rivalsa nella voce – Il bastardo non è andato lontano. –

– Come? – replicai io ancora non pienamente in me.

– Quel bastardo che ti ha aggredita… Anche se è fuggito, dopo che tu e la signora vi siete difese, non è andato lontano. –

Fuggire? Come aveva potuto farlo se noi eravamo davanti all’unica porta e le finestre erano chiuse?

Sentii che mio padre parlava con un poliziotto e riuscii a capire solo l’ultima parte del discorso.

– …un recidivo. Era ricercato già per violenza sessuale, aggressione aggravata a danno sempre di giovani donne. Lo abbiamo trovato malconcio e privo di sensi ai piedi di un piccolo dirupo qui vicino. –

Il poliziotto poi si rivolse a me:

– Ti deve avere seguita. Forse non te ne sei resa conto, ma aveva fatto così con altre due ragazze.-

Alla fermata dell’autobus, ricordai, l’uomo che mi fissava, i suoi sguardi libidinosi… Sì, era la stessa persona. Lo dissi.

Il poliziotto fece un cenno affermativo col capo e tornò a parlare coi suoi. Io ripercorsi con la mente ancora una volta la sequenza degli avvenimenti di quella strana, terrorizzante sera, ed una frase della signora tornò ad assillarmi: “Lui ci proteggerà!”.

Mi voltai verso la casa e sulla porta vidi la signora. La sua piccola figura curva era illuminata dalle luci della casa e dei lampeggianti della polizia. La osservai sorridere in mia direzione. Qualcosa mi si strofinò ai pantaloni ed io sussultai. Guardai gli occhi verdi del gatto che infine mi aveva ritrovato anche in tutto quel trambusto. Lo presi in braccio e riguardai verso la signora. Non era più sola. Un’alta figura torreggiava accanto a lei, come un vecchio ricordo dai tratti d’altri tempi… Baffi spessi, viso serio… Mi ricordò una fotografia che era nella cucina della vecchia signora, una foto di lei e suo marito defunto… Mi vennero i brividi. Riguardai verso la donna, ma era di nuovo sola col suo dolce sorriso. Mi ritrovai a sorriderle anch’io, un sorriso che sapeva di un segreto comune, di una verità che non molti avrebbero accettato. Avevo adesso le mie risposte su ciò che era accaduto quella sera. La signora non era pazza: lui ci aveva salvate sul serio!

Non mi sarei mai più scordata la serata passata in quella casa sulla collina boscosa…”

FINE