La corsa diabolica

Giornata pessima, ne sono convinta ancor prima di aprire gli occhi. O meglio, riaprirli a forza. Ho dormito poco. Il sonno che ho fatto è stato discontinuo, con sogni in cui in pratica proseguivo a stare al computer, telefonare, ecc… Non ho smesso di lavorare neanche dormendo. Mi dovrebbero dare gli straordinari. Rido di me, mentre mi costringo ad alzarmi. La testa comincia a girarmi, mentre il mio unico pensiero diviene quello di seppellirmi sotto le coperte e far dimenticare che esisto… Ma ho impegni e non li posso rimandare. Periodo stressante.

Mi guardo allo specchio e la mia faccia ricorda un quadro di Picasso. Cerco di ricompormi alla meglio, quando mi rendo conto che lo spazio-tempo si è contratto e l’orologio è diventato un nemico. Mi vesto con frenesia, mentre le lancette corrono, corrono e io, seguendo il loro esempio, mi gettò giù per le scale, caracollo per la via e raggiungo la fermata dell’autobus. Non so chi ho travolto, quante porte ho sbattuto e quanti saluti ho bofonchiato…

Respiro. Non è sollievo, mi preparo. Inizia la vera Odissea, il viaggio che qualsiasi pendolare di provincia conosce. Sono all’in piedi, ferma e guardo l’orologio. E’ lo stesso di prima, ma ora sembra una lumaca. Mi macero nell’arduo quesito: “Passerà oggi l’autobus?”. Non sarebbe la prima volta che una corsa salta, ma non mi soffermo sull’eventualità. Non saprei come raggiungere il centro oggi. Divento impaziente, mentre le macchine mi sfrecciano davanti. I visi più diversi mi fissano come se fossi un qualcosa di raro. Non hanno mai visto un essere umano che aspetta l’autobus? Oppure non sono riuscita a mascherare la mia faccia da quadro di Picasso? Non so… Ma ho un dubbio che mi gela. Provengono dalla stessa direzione del capolinea e forse sanno la dura verità: di autobus neanche l’ombra… “Aspetta, aspetta, ci fai le radici là!”, sembra il messaggio recondito di ogni volto che mi guarda e scompare nel veloce correre dei mezzi. Sto diventando paranoica. Mi scrollo di dosso tutte le emozioni negative o… cerco di farlo…

Mi ammanto di stoicismo e aspetto… Aspetto… Aspetto… Dopo un bel po’ il desiderio impellente di una flebo di camomilla cresce. Ho i nervi a fior di pelle. L’orario è passato. L’autobus non arriva. Non so cosa fare. Ho perso quasi le speranze. Poi… lo intravedo. Un miraggio? No, è proprio l’autobus, solo in forte ritardo, infatti procede spedito. Troppo. Viene verso di me, ma non sembra intenzionato a fermarsi. Allora mi immagino nelle vesti di Gandalf davanti al Balrog che urla: “Tu non puoi passare!” e per l’occasione aggiungo: “senza di me!”, ma per fortuna non ho bisogno di mettere in pratica la mia allucinazione. L’autista si accorge che esito e all’ultimo istante si ferma. Salgo e la sento come una vittoria. La prima. Sono melodrammatica? Forse, ma non ho dormito, quindi si spiega… Saluto timidamente, mentre mi rendo conto che è uno di quei mezzi del tipo: “11 posti a sedere e 90 all’in piedi”. Scruto i miei compagni di corsa e da loro vengo scrutata. Non sono molti, ma abbiamo da poco lasciato il capolinea, quindi mi accaparro uno dei posti ancora liberi. Un’ora di tragitto. Mi preparo: cuffia, musica, sguardo al finestrino. Il paesaggio è bello. La strada costeggia la costa. Si vede il mare, le scogliere, alberi e rare case… Giro lo sguardo e… non so come o quando è successo, ma ora l’autobus è pieno e io mi accorgo che sono osservata con astio. Una decina di vecchie signore all’in piedi mi guarda come fossi un’usurpatrice scoccandomi occhiate infuocate. Perché proprio io? Non sono l’unica seduta… Sono stanca, anzi distrutta, ma comincio ad arrovellarmi nel dilemma “mi alzo o no?”. Intanto l’autobus si ferma a prendere nuovi passeggeri e una nuova schiera di vecchi sale… Quasi mi sembra di udire il “Bip… Bip… Bip…” dei loro radar, poiché, dopo qualche attimo, nel guardarsi intorno pare che individuino proprio me e, localizzandomi con un “Bip, Bip, Bip” sonoro più veloce, si uniscono agli altri nello scoccarmi occhiate di malevole biasimo. E mi chiedo: “Sono sveglia, non soffro di manie di persecuzione, ma allora perché non rompono allo studente due sedili più in là e lasciano in pace me e le mie occhiaie?”.

Non ho risposta al quesito, forse solo una: sono una calamita per le vecchiette… Mi sento poco bene e, per la prima volta in vita mia, decido di ignorare quegli sguardi e mi tengo il posto.

Altra fermata. Stavolta sale una donna con un bambino. “Su, tesoro, sta’ qua!” dice la madre al bimbo e lo piazza a tenersi proprio davanti a me. Io lo guardo e lui mi guarda. Sembra terrorizzato e non capisco il perché. Poi inizia a perdere bava dalla bocca serrata. La madre con noncuranza gli dice: “Ora ti passa, tesoro. Non vomitare!”. Ma il bambino non pare dello stesso avviso. Succederà, lui lo sa, io lo so… e sono sulla linea di tiro!

E’ la goccia che fa traboccare il famigerato vaso. Ok, mi dico, hanno vinto. Il bambino vomitante proprio No. Scorgo una delle vecchie, quella stile “Psycho”, le cui occhiate erano più cariche d’odio e le dico: “Signora, vuole sedersi?”. Non ho neanche concluso di parlare e di alzarmi che in pratica mi scalza dal posto, senza ringraziare. Noto che ha uno sguardo furente e bramoso come se quel posto fosse suo da sempre. Con una certa nota di soddisfazione a quel punto mi ritrovo a pensare: “Che se la veda lei col bambino vomitante!”. Però ora sono io all’in piedi e il viaggio non si è ancora concluso. La testa mi gira e non so se è colpa delle curve che l’autista prende stile rally o Formula Uno, come uno Schumacher dei poveri, oppure per quelle stramaledette ore che mi mancano di sonno. Avrei problemi a restare dritta se non fossi compressa come una sardina e se un gomito di qualcuno non mi sfondasse il fegato facendomi da punteruolo.

Della vecchia “Psycho” e del bambino vomitante non so più nulla, poiché mi sono allontanata e la ressa ha fatto “muro” intorno a me. Il vociare ormai è assordante, trilli di vari telefonini si susseguono come altrettanti: “Pronto” urlati. Ho rinunciato a sentire musica da un pezzo e mi auguro che l’autista non si fermi più. Per qualcuno che entrerà dalle porte, un altro sfonderà la finestra… Mi rammento dell’andare a lavoro di Fantozzi, dell’autobus che tentava di prendere. Lo capisco perfettamente. Il viaggio prosegue. Non ho il tempo di gioire per qualcuno che scende, immaginando di tornare a respirare, che altre persone salgono. Ormai sono pressata. Gli odori si uniscono ad altri: sudore, profumi dolciastri e di vario genere… pesce… Perché c’è odore di pesce? Non ci sono mercati in giro e la zona marina l’abbiamo lasciata da un pezzo… Meglio non indagare, penso. Comincio a diventare insofferente. Sono salita alla seconda fermata e devo scendere alla terzultima, ma non ne posso più. Vorrei capire in quale strada siamo, ma i passeggeri coprono a momenti anche i finestrini. Non so come, ma riesco a individuare la zona. Ci vuole ancora un po’ alla mia fermata, ma non mi interessa. Sgomito, calpesto, mi infilo fra persona e persona, infine arrivo al campanello per prenotare la fermata. Suono come se fosse una conquista. Sgomito ancora per arrivare alle porte, cercando di non inciampare in zaini, borse della spesa, cagnolini e… forse anche qualche pecora in base alla nuova zaffata di odore che mi raggiunge. Attendo e prego che l’autobus si fermi il prima possibile, ma l’orologio non mi ama oggi. Sono attimi lunghissimi… Poi, il mezzo si arresta. Le porte faticano ad aprirsi per quanta gente c’è, ma infine si spalancano. Mi getto fuori respirando lo smog come se fosse aria di campagna. L’autobus riparte sotto i miei occhi, traballando come una bestia sazia. Proseguirà il suo viaggio infernale, ma a me non importa. Sono ancora lontana dalla mia meta, è vero, ma i miei piedi sono il mezzo migliore. Per stamattina la mia Odissea è conclusa. Mi aspetta una giornata difficile, ma dopo questa esperienza sarà un passeggiata, proprio come quella che farò adesso. Sorridendo per esserne uscita intera, mi incammino…

– M.S.Bruno

Racconto tratto da “Ventus Mirabilis”

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