Un bicchiere di scotch

A un certo punto della vita c’è chi si trova in una foresta buia conscio di aver perso la via giusta, c’è chi invece non se ne accorge nemmeno, non si fa domande o magari la via non riesce più neanche a vederla… Io? Io mi ritrovo in un bar. Sì, un bar. Non è originale, è una cosa già vista, infinitamente meno poetica, ma, si sa, sono figlio dei miei tempi. Ci si deve rassegnare.

Osservo il bicchiere che ho in mano e il liquido scuro al suo interno. Non ricordo di aver ordinato niente, ma perché dovrebbe aver un senso l’aver ordinato oppure no, non ricordo neanche di essere entrato qui… Mando giù l’alcolico senza pensarci. Scotch, ne riconosco il sapore. Mi guardo finalmente intorno. Non c’è quasi nessuno, solo ombre senza contorno che confabulano a tavoli lontani. Sono seduto al banco, uno di quei lunghi banchi di bar con gli sgabelli alti dal cuscino rotondo. Ho davanti a me, dall’altra parte del bancone, scansie ricolme di liquori e, dietro di essi, vi è uno specchio, simile per colore al liquido che avevo avuto nel bicchiere. Intravedo il mio riflesso. Comincio ad avere qualche ciocca bianca fra i capelli neri, ma non mi considero vecchio. Sono un uomo ancora abbastanza giovane, mi convinco. Ritorno a osservare il locale anziché il mio volto magro e affilato. L’aria è un po’ quella di un film, un vecchio film, con la musica di pianobar in sottofondo e il barista pronto ad ascoltare i tuoi problemi. Ma qui non c’è un barista, mi dico, ma un attimo dopo mi devo ricredere. Mi dà le spalle. Pulisce boccali. Poi si volge, afferra una bottiglia e riempie nuovamente il mio bicchiere.

Il mio barista è un uomo senza volto, sì, letteralmente. Non ha naso, occhi, labbra, gli mancano persino le orecchie. Sembra un manichino con una semplice parrucca stopposa in testa, uno di quei manichini da crashtest bardati a festa. Tipico, penso, colui che dovrebbe ascoltare i miei problemi non ha un volto, non ha parvenza umana, empatia che traspari dai suoi lineamenti, non ha neanche le orecchie per sentirmi. Sorseggio questa volta il mio scotch e sorrido amaro fra me considerando che, in fondo, è da un po’ che ogni persona che incontro sembra essere così con me, senza trattarsi di un manichino da crashtest… Tutti così presi dalle proprie cose, dai propri sentimenti, situazioni, simpatie e antipatie da dedicare all’altro solo il tempo per guardarlo come oltre il riflesso contorto di un bicchiere da scotch… Perdo il mio sguardo ancora nel bicchiere… Non sono migliore di altri, concludo. Chissà per quanti sono stato io un manichino da crashtest, senza volto, senza espressione, senza orecchie… Butto giù l’ultimo sorso e alzo il bicchiere verso il barista. Senza creare in me particolare stupore, il manichino fa il suo dovere come se avesse visto il segnale, e il mio bicchiere è nuovamente colmo. La cosa che mi sorprende è che invece di intorpidirmi nell’alcol, divento più lucido a ogni sorso. Sono più ricettivo verso questo luogo in cui mi trovo e le sue stranezze. Probabilmente in questo mondo va tutto alla rovescia. A casa, quasi sicuramente, già dopo due lisci sarei stato sbronzo o quasi, buttato sul divano intento a dimenticare persino me stesso. Ma qui… beh, qui è diverso. So che sono in questo bar per qualche motivo, che ci sono giunto per un qualcosa, forse per rispondere a qualche mio quesito, per capire i tanti perché della mia vita. Oppure… è un luogo come un altro per ammazzare il tempo. Comunque, questo è un posto di passaggio, comprendo, simile a una sala d’aspetto di un aeroporto o di una stazione.

La musica del piano accompagna i miei pensieri finché non ne diventa unica padrona. Allora cerco il pianista. Mi volto, ma vedo ancora ombre, presenze incorporee che scivolano intorno a me senza lasciarmi nulla. So che la musica è suonata dal vivo, mentre i virtuosismi del pianista mi colpiscono ancora. Non sono mai stato un amante della musica ma, accidenti, quel pianista è davvero bravo. La sua musica è dolce, malinconica, a tratti persino epica, scivola pian piano in ogni emozione. Non è un motivo che conosco, ma fa eco con qualcosa che mi è familiare, come una parola dimenticata che rimane, come si dice, sulla punta della lingua, con la promessa di essere pronunciata da momento all’altro…

Svuoto un altro bicchiere e lascio il bancone. Come se non fossi esistito, il mio barista prende quello che era stato il mio bicchiere e fa sparire ogni mia traccia. Non ho neanche pagato, ma il manichino non ha la bocca per lamentarsi, quindi peggio per lui, ghigno fra me. L’ambiente è più grande di quanto pensavo e noto che non ci sono finestre. La musica intanto è diventata quasi un’ossessione, come se una curiosità irrefrenabile mi guidasse verso l’ignoto pianista. Immagino sia un’ombra come quelle che sono nel locale, o un manichino come il barista, ma invece è una donna, giovane, più giovane di me comunque, che suona il grande piano nero nella luce ovattata del bar. La sua espressione è come mi era parsa inizialmente la sua musica: malinconica, eppure l’accenno di un sorriso si apre sulle belle labbra, mentre i suoi occhi seguono il movimento delle dita sui tasti. Non si è accorta di me l’affascinante pianista. Pare vagamente stupita da qualcosa, ma non fa caso alle ombre che non hanno contorni come invece abbiamo noi. Rimango a guardarla e ad ascoltarla rapito. Finalmente si accorge di me. Alza il capo, sussulta e smette di suonare.

– Perché smetti? – mi ritrovo stupidamente a chiedere.

– Non so se è permesso. – fa lei guardandosi intorno.

– Non lavori qui? –

Pare sorpresa, ma sicura risponde “no”.

– Ho visto il piano – dice – e ho sentito l’impulso di suonarlo… Non so il perché. –

– Suoni bene.  – faccio io sfoderando il mio sorriso più affascinante – Suoni il piano da molto? –

So di piacere alle donne e non è vana gloria. Specie quando ero più giovane, non erano in molte a resistermi, eppure non voglio conquistare quella ragazza. Non voglio far di lei un’altra dolce fragranza che svanisce all’alba dalle mie lenzuola, no. Voglio che mi parli, sapere perché, come me, anche lei si trova lì. Forse conoscendo la sua ricerca farò luce sulla mia, mi dico.

Lei guarda il piano e poi di sottecchi me. Alza le piccole spalle e risponde:

– Ti sembrerà strano, ma… questa è la prima volta che suono uno strumento, specie un piano così!-

La guardo incredulo.

– Scherzi?  –

– No – fa lei seria – É come se avessi seguito l’ispirazione o una parte in una recita… come in un sogno dove sai le cose senza un perché o un quando… Lo sai. Punto. –

Ha parlato di getto, forse per paura di non essere creduta, ma la capisco. Mi sento così dal momento in cui sono giunto in questo bar, anche se non ricordo da quanto sia qui. So di essere al sicuro, per esempio, con estrema certezza.

– Non sto sognando, però. – conclude lei e la sua non è una domanda. È più un’affermazione.

– Beh, no – replico io – altrimenti sarei il frutto della tua fantasia e credo mi avresti fatto più giovane e carino, non credi? –

La mia battuta funziona.  La ragazza ride. La rigidità che le contraeva le spalle sì è un po’ sciolta. Ho finalmente qualcuno con cui parlare, mi rendo conto improvvisamente, ed è un macigno che si scosta via del mio petto.

– Cosa ci faccio allora qui? – domanda lei, ma è quasi come se lo stesse chiedendo a se stessa.

Non cerca da me una risposta, come io invece speravo di trovarla in lei. Guarda le ombre e io seguo il suo sguardo.

– Chissà perché sono così? – chiedo sull’onda dei miei pensieri.

– Forse perché sono solo parte di ciò che potevano essere. –

Mi guarda, china lo sguardo e continua:

– Faccio filosofia, ma non ho risposte. –

Sono colpito.

– Una risposta vale l’altra – le dico – ed è una in più di quante ne ho io… E la tua poi potrebbe avere un senso… Potenziale sprecato, persone che in un modo o nell’altro non hanno raggiunto i loro obbiettivi… Ma noi siamo integri. Vorrà dire qualcosa? –

Sbuffo amaro.

– Speranza. – risponde solo lei.

Già, speranza, è una parola a cui prima arridevo. Cinico, disilluso, la speranza non aveva spazio nella mia vita. Mi aspettavo il peggio e questo puntualmente arrivava. La vita non mi ha mai sorpreso, finora…

– Speranza. – ripeto io meditando.

Quella parola esce più amara di quanto voglia dalle mie labbra.

– Possibile. Non ci credi? –

La ragazza adesso mi studia. Sonda il mio viso, come se cercasse di leggere in ogni ruga d’espressione il mio animo. Sospira e riprende a suonare. Mi appoggio al piano. Non le ho risposto, ma lei ha comunque capito. E’ un creatura talmente diversa da me che non posso non chiedermi il perché è nel mio stesso bar, unici due esseri in grado di parlarsi. Ma io non posso aiutare quella donna. Non capisco me, come posso con lei… Il mio barista compare dal nulla col vassoio e due bicchieri: il mio scotch e quello che sembra uno di quei cocktail alla moda con ombrellino e ghiaccio per la mia compagna. Afferro il mio bicchiere, mentre il barista appoggia con un fazzolettino il cocktail sul piano. La donna guarda il manichino da crashtest e, come minimo, mi aspetto che smetta di suonare urlando, e invece ha solo un’esitazione, per poi riprendere la sua melodia.

– Uomini senza volto, ombre senza personalità, chissà cosa ci riserverà ancora questo bar. – canticchio io con nonchalance.

Lei sorride.

– Solo quello che ci portiamo dentro… Che ne dici? –

Il suo tono è canzonatorio, ma in parte ha ragione.

– Forse. – dico io sovrappensiero.

In un modo o nell’altro, in questo o in qualsiasi altro luogo, ci si trova sempre a fare i conti con ciò che ci si porta dentro. Lo scomodo e ingombrante bagaglio che si crea vivendo. Il passato coi suoi dolori, le aspirazioni deluse, i compromessi, gli sbagli fanno da fondo a quel bagaglio, a cui si sommano le paure, le fissazioni, gli egoismi ed egocentrismi vari. Qualcuno ha detto che ognuno di noi è un’isola, beh, se lo è, è un’isola piena di spazzatura, con qualche spiaggia discreta…

Mi lascio cullare ancora dalla melodia che intreccia la mia compagna. E quella musica parla di altro, di pensieri molto diversi dai miei. Ci sono dolori, sì, malinconie, ma c’è… non saprei definirlo… Sogno? Desiderio di non mollare? Una caparbia fede nella speranza? … Non è facile spiegare quei concetti che avevo dimenticato, quel sentire che credevo di non poter provare più. Avevo considerato tutto un’illusione, la mia vita il frutto stesso del caso, però ora… che mi accade?

Bevo tutto d’un fiato il mio scotch e la mia compagna pare riscuotersi grazie al mio movimento. Smette di suonare e comincia a sorseggiare il suo cocktail.

–  Scoperta qualche abilità che fuori di qui non hai? – mi chiede lei curiosa.

Alzo il bicchiere e dico:

– Solo di reggere meglio l’alcol! Un po’ misero come dono. –

– Forse non hai provato a fare altro. Vieni vicino a me e suona tu ora. –

Si scosta un po’ dal sedile e mi lascia spazio, mentre lei continua a bere la sua bevanda. Sono stuzzicato dall’idea, ma non credo funzionerà. Mi siedo comunque e i tasti davanti a me rimangono degli sconosciuti.

– Lasciati andare. – incoraggia lei – Non pensare alle note o ad altro. Cerca solo una musica che ti piace e prova a riprodurla. –

– E’ una spiegazione davvero chiara. – ironizzo.

Lei ride e la sua risata argentina sembra gettare un po’ di luce in quel locale ombroso.

– E’ la migliore che posso darti… Ma in un luogo con uomini senza faccia e ombre senza contorni, ti sembra davvero impossibile poter suonare un pianoforte? – chiede.

Ci rifletto.

– In effetti! – concludo – Ci proverò allora e magari scopro di essere un nuovo Chopin! –

Socchiudo gli occhi e comincio a premere tasti alla rinfusa. Ciò che ne esce è un’accozzaglia di suoni semi stonati, e per poco non temo ci caccino fuori. Poi mi ricordo di qualcosa, una nenia o una ninnananna forse, qualcosa di simile comunque, un retaggio di bambino sicuramente. Le note mi risuonano chiare in testa e, prima che me ne renda conto, le mie dita cominciano a eseguirle… E’ incredibile. La melodia, niente di speciale in verità, che avevo in mente adesso tutti possono udirla. Mi accorgo di essere felice. Guardo la mia compagna che mi sorride complice e mi spinge a continuare. E quella melodia, come voce della parte più profonda di me, cambia diventando più complessa in accordi e arrangiamenti, seguendo il canovaccio iniziale ma riempiendosi di varie emozioni. La mia melodia è arrabbiata a volte, triste in altre. Mi accorgo di riversare in ogni tasto una mia esperienza ed essa crea un suono diverso ogni volta… La musica scivola via fra le mie dita, mentre tutto scompare intorno a me. Sono rimasto solo io a confronto con me stesso… Vedo quell’uomo, io, poco prima al bancone, la mia espressione dura, annoiata, beffarda e cinica verso ogni cosa. Ma poi ero in quel bar? No, ovunque avevo quell’espressione. Era la mia maschera, la mia divisa, la tenuta da battaglia, una battaglia perenne, un sistema per affrontare gli altri che invece si rivoltava contro me stesso lasciandomi solo. È troppo. Mi fermo. Prendo fiato. Mi allontano dal piano e dalle scoperte fatte. Tutto questo indagare su se stessi… non è da me, non è proprio da me, continuo a ripetermi. Ma chi sono io realmente? Mi sorprendo a chiedermi.

– Se questo sei tu. – pare leggermi dentro la mia compagna riferendosi alla musica – Sei sicuramente interessante. –

Sorride ancora, ma io non rispondo. Mi rifugio nell’ennesimo bicchiere di scotch, alzandomi. Mi gira la testa, ma non è l’alcol, lo so. Sono costretto a reggermi al piano, mentre intorno a me ogni cosa sbiadisce… Pare che il corpo non mi appartiene più, mi sento sconvolto, come se il mio baricentro fosse rovesciato e io compresso in un piccolo ambiente. Una canzone conosciuta, una hit del momento, risuona in uno spettrale silenzio con inquietante chiarezza, quasi si prendesse beffa di me. Sono altrove, anche se non so dove. Una luce gialla, intensa, ferisce i miei occhi, mentre il mio respiro è spezzato. C’è un odore acre, anzi un misto di odori che non riesco a distinguere. Alcol, benzina…  Non so. Ho la nausea. Poi, una sirena in lontananza fa eco alla hit…

– Cosa ti prende? – mi chiede la mia compagna con voce preoccupata e il mio sguardo ritorna nitido, un parlottare lontano e indefinito prende il posto di ogni cosa.

I battiti del mio cuore cominciano a calmarsi nel delinearsi dei contorni del bar ombroso.

– Sto bene. – la rassicuro – Infine non tengo bene l’alcol neanche qui. – fingo un sorriso tranquillo sapendo di mentire.

Lei mi lancia uno sguardo eloquente e perplesso, come a voler dire: “Ma ne sei sicuro?”. Io assumo un’espressione noncurante, benché mi senta gelare dentro.

Non so cosa è successo. Forse tutta quell’introspezione, forse altro… Quella sorta di visione mi ha sconvolto più di quanto voglia ammettere, al punto che sono contento di rivedere il bar con i suoi avventori-ombra e il manichino da crashtest come barista. Mi allontano dal piano e con nonchalance allungo una mano verso la ragazza. Lei sospira ma la prende. Ho voglia di ballare, di muovermi per sopperire all’immobilità di qualche istante prima, a quella sensazione di impotenza della visione. Il barista privo di volto ha preso il nostro posto al piano ed è lui che suona. La sua musica è priva di emozione, ma è pur sempre musica, tale da dimenticare la hit beffarda udita durante la mia follia visionaria, buona per stringere a me la mia compagna. Il caldo corpo giovane di lei sembra ridarmi un po’ di calore, mentre balliamo stretti un lento d’altri tempi. Non è il desiderio a guidarmi, ma solo la voglia di dimenticare, di essere consolato. Scopro di aver avuto paura, ma più ballo più riprendo il controllo di me stesso. Faccio fare alla mia compagna una giravolta, strappandole una risata e poi un casquè. Balliamo ridendo come due ragazzini che giocano. Alla fine ho quasi dimenticato la mia follia visionaria. Quasi.

– Ho bisogno di un po’ d’aria. – dice d’un tratto lei accalorata dal ballo.

Sto per risponderle che il bar è privo purtroppo di finestre, che, per quanto abbia guardato, non ce ne sono, quando mi rendo conto che la ragazza ne sta fissando una proprio nel muro più vicino a noi. Forse la mia compagna è anche lei un po’ stupita di scorgere solo adesso quelle porte finestre che danno su di un terrazzino, ma mi conduce lì senza indugio. Fuori sembra notte, anzi forse il crepuscolo. Vedo le fronde di una bassa palma da vaso muoversi in una leggera brezza. La ragazza apre i vetri e respira a pieni polmoni l’aria pungente, ma non fredda della fine del giorno. Io sono più restio a procedere nel terrazzo. Non so quale panorama si potrebbe aprire davanti ai miei occhi, chissà quali stranezze potrei vedere, dato il bar in cui ci troviamo… e invece osservo colline frondose che si susseguono l’una all’altra, qualche casa isolata che ha già acceso le luci, mentre l’ultimo riverbero del tramonto s’attarda tenue, come un ricordo lontano, dietro i colli. Un paesaggio comune, normale. E questo forse mi sorprende ancora di più. Mi chiedo se ci sia un senso in ciò che sto vivendo, se non sono solo impazzito, se il bar alle mie spalle sia il frutto di una fantasia contorta. Mi rigiro a guardare, aspettandomi quasi di vedere uomini e donne in carne ossa, camerieri e baristi dai volti comuni, ma non è così. Gli avventori-ombra occupano la maggior parte dei tavoli, mentre il barista-manichino continua a strimpellare note che ormai sento appena. Forse sto davvero impazzando, mi chiedo. Ma non ho risposte. Come sempre. Alzo le spalle a me stesso e mi avvicino alla mia compagna. Decido di non arrovellarmi più in domande. Mi ricordo di quella massima di Aristotele: “Se c’è soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è soluzione perché ti preoccupi?” e mi dico di stare calmo e di godermi il momento. Ho l’impressione, l’insinuante sensazione, che avrò presto delle risposte, che la sicurezza di quel bar presto svanirà, e che ciò che resterà non sarà di mio gradimento… Osservo la ragazza che si è affacciata alla balconata e cerco di scorgere anche in lei quest’improvvisa precarietà. Osservo i bei lineamenti sereni. No, pare proprio che questa preoccupazione sia solo mia. La massima di Aristotele diventa quasi un mantra per me, mentre fingo una tranquillità che non mi appartiene. Al piano, prima, mentre suonavo, molte mie maschere sono cadute e adesso mi ritrovo coi cocci.

– Non è bello qui? – domanda la donna ammirata.

– Sì. – rispondo in automatico.

Potrei dirle che non si vede poi molto, ma lei fissa il cielo. Alzo il capo anch’io e osservo un cielo da film o da documentario sull’universo. Le stelle sono grandi, luminose, quasi si potessero toccare e sono miriadi e miriadi, stese come in un tappeto di cui loro sono i diamanti. La Via Lattea immensa è davanti ai miei occhi, il cielo che sognavo di vedere da bambino. Sono allibito, senza parole, ma… felice, sì, questa è la parola. La sconosciuta parola, tanto ricercata ma mai afferrata davvero. Possibile che la felicità sia così semplice? Possibile che non abbia bisogno di tanti sotterfugi, di tante ricerche, ma che sia immediata e innocente? Non lo so, so solo che sono felice, come se fossi tornato quel bambino che avevo dimenticato e che ora torna con un’ondata di ricordi piacevoli. Mi sento scivolare via, rapito quasi, sia nel fisico che nella mente, da quel cielo. Il mio sguardo si offusca. Mi devo reggere alla balaustra del terrazzo. E non sono più lì. Immagini confuse si parano davanti ai miei occhi, ombre e luci intermittenti. Suoni striduli e sirene roboanti sono la mia realtà, come l’odore intenso di alcol e benzina. Almeno non c’è più quella insopportabile hit a far da sottofondo. Ho dolore, ovunque. Il mio poco spazio compresso, stranamente capovolto, svanisce nella sensazione di essere trascinato via da varie mani, ma è quella della mia compagna posata sulla spalla che mi richiama su quel terrazzo di quel bar improbabile. Stringo in pugno un bicchiere di scotch anche se non so né quando né dove l’ho preso e il dolore provato, come ciò che ho visto e sentito, è svanito.

– Ti sta succedendo qualcosa. – afferma lei. – Vedi immagini e… provi sensazioni… che non sai spiegarti.–

Riesco ad assentire col capo.

La donna annuisce a sua volta e continua:

– E’ capitato anche a me – sospira – prima che ricordassi, prima che capissi. – Fissa il cielo malinconica. – Eppure sono ancora qui… Ma per te sarà diverso. –

Mi sorride incoraggiante, mentre io mi sento gelare. Fa freddo? No, sto anch’io cominciando a ricordare. Perdo il mio sguardo nel liquido ambrato del mio bicchiere e mi rendo conto che è l’ultima cosa che ho fatto coscientemente prima di ritrovarmi in quel bar. È anche una delle prime cose che ho fatto quando sono giunto qui. Un gesto abituale, il gesto che accompagna le mie bevute. Cosa c’è di strano? Mi dico. L’ho sto facendo anche in quel momento. Un attimo e nel liquido vedo me stesso… Ora ricordo tutto. Faccio cadere in terra il bicchiere che si frantuma, mentre un bip ritmico riempie i miei pensieri. Sono trasportato lungo un corridoio di urgenza, ho un respiratore sulla bocca, mentre i miei occhi fissano l’alternanza di luci al neon che si susseguono. Sento parole, ma non hanno senso… Sono di nuovo sul terrazzo.

– Chi sei? – chiedo alla mia compagna.

– Sono come te… o… in parte… Tu, in un modo o nell’altro potrai lasciare presto questo… posto. Io… non so se accadrà mai, ma – il suo sorriso triste si fa più ampio – me lo auguro. –

Fisso a terra lo scotch versato e pare che esso mi voglia raccontare una storia. La mia storia. Quante volte mi sono perso in un bicchiere di scotch, quante volte ho cercato nell’alcol di dimenticare la mia solitudine, il mio male d’esistere, la mia disperazione… Anche quella sera. Ho bevuto, bevuto, bevuto… fino a scordare chi sono e ogni prudenza. Mi vedo prendere le chiavi e salire in macchina. Il successivo schianto, il rombo, l’automobile che carambola su se stessa e infine collassa sul tettuccio, sono un’unica, veloce immagine, una scena da film, irreale, pensi, ma che è invece capitata proprio a te.

Adesso so perché sono in quel bar, simbolo della mia esistenza. So anche di lei, della sua malinconia. Ne soffro. Non posso far niente per aiutarla, ma lei ha aiutato me. Sorrido alla mia compagna. Sono io stavolta a essere rincuorante. La bacio in fronte.

– Grazie per la compagnia. – le sussurro, scoccando un’ultima occhiata alla scotch in terra. – Credo di non aver più bisogno di bere. Torno a casa… spero. –

La ragazza mi sorride. Forse un giorno uscirà dal coma o forse invecchierà nel suo letto di ospedale, fino a spegnersi lentamente, lei non lo sa, ma ha speranza ed è questo che conta, mi dico. Io? Non so cosa spero, non so cosa mi aspetta, ma ora sono diverso, posso abbandonare quel bar. Non ci sono altre parole fra noi, non ce n’è bisogno. La lascio sul terrazzo a fissar le stelle.

Mi incammino per il locale rimasto immutato. Il mio barista senza volto, gli avventori ombra adesso hanno un senso, come se fossero il risultato della sbronza perenne in cui vivevo. Ma ora sono lucido. Il bar era un luogo di passaggio, lo sapevo, ma non capivo fra cosa… Sento la realtà approssimarsi nella lotta dei medici. Possono vincere o meno, ma… Vedo la porta d’uscita dove prima c’era stato niente. Afferro la maniglia e spalanco l’uscio. La mia attesa è finita, la lezione imparata. Morire o vivere, so cosa vorrei. Alla fine comunque sto aprendo gli occhi…

– M.S.Bruno

Racconto tratto da “Ventus Mirabilis”

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